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Lady Oscar
Il Ritorno di Lady Oscar PDF Stampa E-mail
Scritto da Tomoyo   
martedì 03 febbraio 2004
Indice articolo
Il Ritorno di Lady Oscar
Pagina 2
Titolo: Il Ritorno di Lady Oscar
Autore: Tomoyo
Serie di provenienza: Lady Oscar
Genere: Shojo
Capitolo: [2di2 / conclusa]
Bollino: rosso

Capitolo 2

Sono passati sei anni ormai dalla nascita di Andrè. Marie è morta,anche mio padre è morto, l’ ho rivisto dopo ciò che sembrava un’eternità, anche la nostra vecchia governante, la madre di Andrè.. quando ha visto suo nipote è scoppiata a piangere. E pensare che se non fosse stato per Hans e Buonaparte non li avrei mai rivisti..ho indossato i panni del cavaliere nero per un po’ di tempo, anche se sono stata sempre attenta a ciò che facevo. Non volevo certo lasciare mio figlio orfano, ma non potevo non ascoltare la mia coscienza.

Buonaparte, anzi Napoleone, è diventato imperatore. Ha pagato un prezzo altissimo per questo e mi ha allontanata dalla Francia. Ero tornata dall’ Inghilterra dopo che aveva saputo che anche la regina era morta sul patibolo. In Francia c’era il caos, e la rivoluzione stava mostrando un nuovo volto. Ho vestito i panni del cavaliere nero.. lo rifarei cento altre volte se necessario. Ho ritrovato il mio passato, ora posso andare via senza rimpianti.
Non c’è niente che mi trattenga in Francia, quindi.. solo i ricordi… i ricordi . sanno essere dei padroni spietati a volte. Ho deciso che io ed Andrè andremo in America. Non so ancora cosa faremo lì, ma non posso più restare qui. Non vorrei neanche. Troppi ricordi, troppo dolorosi. Ora voglio pensare solo a mio figlio. Solo questo ha importanza, ora.”

§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§

Oscar aggrottò le sopracciglia, infastidita, cercando di concentrarsi sul volume che aveva davanti. Era composto da fogli tenuti insieme da una rilegatura di fortuna; in parte erano carte ingiallite, fitte di una scrittura nervosa, in parte pagine più nuove, ricopiate con cura da amanuense.
- ti dico, una vera stupidella! Pettinami come Madame De Lome, le ho ordinato. E lei, niente. Incapace…sempre con quell’ aria da cane bastonato…appena in America me ne libererò, cara, tanto più che secondo mia sorella Felicitè laggiù non ci sono problemi a procurarsi personale di servizio…
La voce querula della vicina di tavolo penetrava nel cervello come una pioggia di spilli, impediva la concentrazione, si levava in note acute e petulanti. Oscar si sistemò meglio sulla poltrona, lo sguardo fisso sui fogli.
Era una raccolta di scritti ai quali teneva molto. Il loro autore era un poeta sconosciuto morto a trentadue anni sulla ghigliottina, sotto il Terrore. Oscar ritrovava nei suoi versi una struggente dolcezza, tutta la rivolta, tutto l’ amore per la vita di chi dovrà presto salire sul patibolo per aver osato denunciare con coraggio gli errori e i crimini dei potenti del momento.
La scrittura aguzza e quasi convulsa del giovane prigioniero, uomo d’azione che scopriva in cattività la sua vena lirica d’impetuoso romanticismo, le riportava alla mente i giorni cupi del Terrore robespierriano sotto il quale anche suo padre aveva rischiato di soccombere.

Come un ultimo raggio, come un ultimo zefiro
animano la fine di un bel giorno,
ai piedi del patibolo cimento ancora la mia lira.
Forse tra poco sarà il mio turno…Ebbene! Ho troppo vissuto.
…Ah, quanto siamo vili tutti, si,tutti…
Se sta scritto lassù che mai una spada scintillerà nelle mie mani,
un’altra arma intinta
nell’inchiostro e nell’amarezza
può ancora servire gli uomini…
Giustizia, verità, se la mia mano,
se la mia bocca, se i miei pensieri più segreti
non fecero mai aggrottare il vostro fiero sopracciglio,
salvatemi!
Conservate un braccio che lanci il vostro fulmine,
un amante che mi vendichi.
Morire senza aver vuotato la mia faretra…!
O mio unico tesoro, penna mia!

“ Oh, mio unico tesoro, penna mia…
Senza rendersene conto, stava ripetendo a mezza voce quei versi pieni di passione. Il dondolio della nave sembrava assecondare la musicalità dei versi.
“ Un’ altra arma, intinta nell’inchiostro e nell’amarezza…
si era sempre battuta con la spada. Ma era vero: forse che la penna non poteva rivelarsi ancor più pungente, ancor più micidiale? La voce della verità, della giustizia… ovunque fosse andata, le restava sempre il modo di esprimere il suo pensiero. Già lo avevano fatto in tanti, e avevano pagato per il loro ardire. I potenti temono chi scrive il vero non meno di chi si batte per la giustizia.
La scrittura impetuosa del poeta le scorreva sotto gli occhi. Adesso non sentiva più la voce acuta della vicina di tavolo, una donnina grassoccia che si lamentava con una compagna di viaggio di chissà quale sciocchezza della quale faceva carico alla giovane cameriera.
“ non resterà dunque nessuno a intenerire la storia su tanti giusti massacrati…?
Doveva avere ancora parlato a voce alta senza rendersene conto.
Una voce bassa e alterata la fece sussultare.
- Signore..! Quei versi..
Oscar si voltò e l’uomo anziano, in piedi, dietro il suo tavolo ebbe un lieve gesto di stupore. Doveva averla scambiata per un gentiluomo, da dietro, vestita da uomo, le lunghe gambe inguainate negli stivali lucidissimi, i capelli biondi raccolti sulla nuca da un nastro di raso, ma soprattutto senza Andrè che le gironzolava intorno. Andrè aveva un talento innato per attirare l’attenzione, con i suoi occhi del colore dell’ acqua ed i capelli nerissimi. Ogni volta che lo vedeva Oscar aveva una fitta al cuore. Somigliava tantissimo ad Andrè suo padre. Soprattutto quando rideva, cosa che faceva spesso.
- Scusate…
lei lo fissò. Ricordò di averlo visto passeggiare sul ponte della nave, la sera, solo e meditabondo. Era alto, magro, un po’ curvo, vestito con la trascuratezza di chi non dà all’aspetto esteriore valore alcuno.
- Quali versi?
- Vi ho sentita…leggere a mezza voce…perdonate l’ardire. Ma conosco la persona che…
Oscar gli fece un breve cenno – Sedete, Signor…
- Marmont. Non avrei dovuto…ma è stato come un tuffo indietro nel tempo. Posso domandarvi come avete avuto queste carte?
- Posso domandarvi in che modo la questione vi riguarda?
- Credo di aver riconosciuto i versi di Andrea Chénier, un giovane poeta che…
il vecchio allargò le mani in un gesto desolato. – L’ ho conosciuto in prigione, signora, in quei giorni maledetti. Io, che sono vecchio mi sono salvato. Lui è finito sulla ghigliottina, pensate…! Due giorni prima della caduta di Roberspierre, suo acerrimo nemico. Quarantotto ore e sarebbe stato salvo… morire a trent’ anni, Dio mio…
Oscar lo sogguardava. – Avete riconosciuto i suoi versi…
- Certo. Li ha scritti in prigione, mentre gli altri piangevano, si disperavano, pregavano… o imprecavano, maledivano, insolentivano il cielo e gli uomini. Ogni parola poteva essere l’ultima. Potevano venire e chiamare i nostri nomi, potevano caricarci sulla carretta e condurci via da un momento all’altro. E lui scriveva… - Marmont sospirò – Non dimenticherò mai… mai.
- Comprendo perfettamente. Ho ricevuto queste carte per caso. Una donna le fece avere a mio padre, il generale de Jarjayes, e dopo la sua morte…
L’ espressione che si era dipinta sul viso del vecchio le fece morire le parole sulle labbra – Ebbene..
- Ah…! Voi dunque sareste…
- Oscar François de Jarjayes, signor Marmont.
Con lentezza, con solennità, il vecchio si alzò in piedi. – Oscar François de Jarjayes… la famosa Oscar…è un onore viaggiare sulla stessa nave. Stimavo vostro padre, un vero soldato… e voi, voi non gli siete da meno… ho saputo che l’ imperatore Buonaparte vi ha allontanato dalla Francia… un’altra vittima del nuovo despota.
Lei strinse appena le labbra. Vittima di nuovo despota! No, non la vedeva affatto in questi termini. Ma in un certo senso le parole dell’anziano compagno di prigionia di Andrea Chénier potevano contenere un fondo di verità.
- E voi, Marmont, siete diretto alle Americhe…?
- Non ho più patria, io. Come tanti altri. Ho creduto nella rivoluzione, sono stato tradito dal Terrore e adesso non me la sento di rendere omaggio a una nuova testa coronata, dopo aver fatto tanto perché la Francia fosse patria di uomini liberi e uguali. Me ne vado. Ormai sono rimasto solo. Morirò lontano. Meglio così.
La voce acuta della signora grassoccia si levò alta nel salone semivuoto:
- Quella incredibile mania di semplicità! Basta fiocchi, basta gale, basta colori vivaci…ma ti pare, tesoro? Con il mio incarnato così pallido!
Marmont e Oscar si fissarono un momento in silenzio. Poi l’uomo si piegò in un mezzo inchino e senza aggiungere altro si allontanò pian piano, un po’ curvo sotto il peso degli anni, dei ricordi e di una realtà presente che gli faceva dubitare assai che fosse valsa la pena di vivere – e soprattutto di vivere così come aveva vissuto, sacrificando tutto la suo ideale di giustizia e libertà.
Oscar si girò verso le due donne appollaiate sulle poltroncine rosa pallido del grande salone dell’ Espérance e sorrise. Un sorriso gelido.
- Mio marito dice sempre…
Lo sguardo di ghiaccio azzurro di Oscar trafisse la signora grassoccia. L’ amica, una ragazza magra magra, intanto che l’ altra monologava si limitava a far segno di sì con la testa e a ricamare con impegno quasi furioso un fazzoletto candido,sfiorò con il gomito la chiacchierona.
- Che cosa..?
- Vi spiacerebbe abbassare il tono, signora? M’impedite di leggere.
Oscar aveva parlato a voce bassa e fredda. Ci fu un istante di imbarazzato silenzio. La signora grassoccia e loquace la guardava con gli occhi spalancati, studiando il bel volto deciso, l’ abbigliamento inusuale, le lunghe mani affusolate.
- Io non…io…
- Molte grazie. – Oscar tornò a voltare le spalle e s’immerse di nuovo nella lettura.


Via, soffoca i tuoi clamori.
Soffri, o cuore affamato di giustizia.
Tu, Virtù, piangi, se io muoio…


La signora grassoccia aveva abbassato la voce, ma non abbastanza perché l’ orecchi finissimo di Oscar non cogliesse il suo commento quasi smarrito:
- Ma chi è mai quella strana donna? Veste da uomo…ha un tono e uno sguardo… mio Dio!
Gli occhi di chi ha tanto sofferto… Una luce… quasi disperata…
Quasi disperata…
Chissà…

Oscar e Andrè erano da poco arrivati in sala da pranzo e si accingevano a cenare per proprio conto, in un angolo appartato del salone. I passeggeri di riguardo cenavano alle otto; gli altri erano suddivisi in due turni, alle sei, e alle sette. L’ Espérance viaggiava al completo, con grande orgoglio del suo giovane comandante, Louis Marceau, che ora, sull’ attenti davanti a Oscar e Andrè nella sua bella uniforme, le rivolgeva la parola quasi con ossequio sotto lo sguardo incuriosito del bambino.
- Madamigella de Jarjayes...?
Lei alzò pigramente lo sguardo. Non voleva fare conversazione, e non le piaceva essere disturbata mentre cenava con suo figlio.
Nei primi due giorni li avevano lasciti in pace, ma evidentemente il signor Marmont non aveva resistito alla tentazione di parlare di lei in giro. Il suo nome appariva di certo nella lista dei passeggeri, ma evidentemente nessuno fino ad ora ci aveva mai fatto caso, o, cosa molto più probabile nessuno si ricordava chi lei fosse. La gente dimentica in fretta.
- Ebbene…
Non era certo una risposta incoraggiante, ma il giovane comandante non si lasciò intimidire. Era alto, robusto, i capelli biondi incorniciavano il bel volto abbronzato. Il suo sguardo diretto e allegro cercò gli occhi azzurri di Oscar.
- Non intendevo importunarvi. Sono Louis Marceau, il…
- …il comandante di questa nave. Lo so signore. Che posso fare per voi?
Il suo grado era stato pronunciato con quella freddezza che solo Oscar sapeva ostentare quando voleva allontanare qualcuno.
- Una cosa semplicissima, signora – disse sempre sorridendo – sono venuto ad invitare voi e vostro figlio al mio tavolo. Sarei onorato se la famosa madamigella Oscar sedesse al tavolo del comandante dell’ Espérance per questa sera e per tutte le altre che seguiranno. – Lei fissò il piatto vuoto che aveva davanti. In fondo stava cercando di essere gentile, non se la sentì di reagire in malo modo. Quando si rivolse al comandante, il suo volto era mutato completamente, tanto che Marceau, rimase pressoché sbalordito. Il volto bello e duro di un attimo prima si era fatto dolce e femminile, di un fascino completamente diverso, tenero e doloroso.
- Vi sono grata dell’ invito, comandante
- Dunque, se volete accomodarvi…
- No, grazie. Vi sono grata, come dicevo, ma devo declinare la vostra gentile offerta. Io preferisco cenare da sola con mio figlio. – sorrise per addolcire i rifiuto – d’ altro canto la vostra tavola è rallegrata da presenze ben più frivole e gaie di quanto potremmo essere noi.
In quel preciso istante stava facendo il suo ingresso in pompa magna la signora grassottella e l’ amica che poco prima Oscar aveva rimbrottato in sala lettura.
- è la signora Armand – spiegò con aria infelice – la moglie di un diplomatico…
- eh, caro Marceau, il ruolo di comandante comporta anche qualche obbligo…ehm… mondano- buttò là con intenzione.
Il giovanotto sospirò - Toccato, madamigella de Jarjayes. Bene non insisto anche se la tentazione è forte. Non voglio seccarvi. Tuttavia, se cambiaste idea o voleste rinunciare alla vostra solitudine…
Lei guardò Andrè ed infine lui come se avesse detto una sciocchezza colossale. Rinunciare alla solitudine? Ma loro non erano soli. Lei aveva tutto il suo passato con sé. Tutti coloro che aveva amato e che amava. Tutto ciò che aveva fatto e che sarebbe stata pronta a rifare. Tutti gli errori, pagati cari. Tutti i momenti felici…
- dunque, buona serata, signora. – concluse Marceau, inchinandosi compito e andando verso la signora Armand e sua cugina.
Per tutta la durata del colloquio, Andrè era rimasto a guardare sua madre e il comandante parlare, ma a metà discorso si era messo a leggere di sottecchi il volume che Oscar aveva con sé in sala di lettura. Non capiva molto il senso delle parole, quegli scritti gli servivano per fare pratica. Aveva sei anni e mezzo – lui era molto fiero di quel “mezzo”- e sapeva già leggere e scrivere discretamente, fare qualche calcolo elementare, e abbozzare qualche nota al pianoforte. Sapeva anche gli elementi base della scherma, anche se non aveva mai preso una spada in mano – sua madre ancora non voleva- ed era molto educato. Per certi versi ricordava, ad Oscar, Andrè, suo padre, anche se solo in certi atteggiamenti innati.
- Che fai? – gli chiese Oscar sorridendo. Era molto fiera del figlio. Cercava sempre di non deluderla ed era molto risoluto in tutto ciò che faceva, cose che le ricordavano se stessa quando aveva la stessa età
- Leggevo un po’, madre. Voi stavate parlando con il capitano ed io mi sono messo a leggere questo volume. Potreste spiegarmi il senso di queste poesie?
Oscar sorrise.
– dopo, Andrè, dopo. Adesso sbrigati a finire tutto, o qui diverremo l’ attrazione principale per questi gentili signori. Va bene?
- Sì! – e si rimise a mangiare di buona lena.
Quando Andrè sorride gli si illumina il volto. Pensò Oscar.
Quando il piccolo ebbe finito la sua cena andarono sul ponte. Fuori c’era una brezza piacevole. Oscar era poggiata al parapetto ed Andrè le era accanto. Un marinaio invisibile stava cantando una canzone melodiosa.

Quando rivedrò
le scogliere del mio paese
forse i miei capelli
saranno bianchi come la neve.
Il mio destino è di andar per mare,
il mio destino è di andar lontano,
conosco il mio ieri,
il mio domani non so...

cullata dalla melodia e dal rollio dalla neve si lasciò accarezzare dal vento.la voce del marinaio era calda, vibrante. Aveva un accento del sud, poteva trattarsi di un italiano, chissà, o di un corso…
un corso, come Napoleone. Oscar sorrise. Il nuovo despota, così lo aveva definito Marmont. C’è sempre un nuovo despota, a quanto pare, rifletté lei amaramente. E c’è sempre gente disposta a combatterlo, però.
Andrè guardò la madre. Era identica a quelle figure eroiche che aveva visto in un libro a palazzo de Jarjayes.


Ricordava quando era tornata dal fornaio, quella sera. Aveva la stessa espressione di chi è perso nei suoi pensieri. Oscar aveva raccontato molte cose della corte di Francia al figlio. Soprattutto gli aveva raccontato della regina Maria Antonietta. Gli aveva raccontato com’ era il suo carattere, la sua indole allegra; gli aveva raccontato dei suoi sbagli, del perché li fece, del perché si comportava in un modo troppo frivolo rispetto la situazione che viveva, del clima di ghiaccio che si era creato intorno a lei sin da quando aveva messo piede sul suolo francese.

Era seduta con i gomiti puntati sul tavolo ed il mento poggiato sulle mani. Disse soltanto – è morta. Sulla ghigliottina pure lei. Tutti gli errori che ha commesso… li ha pagati tutti, fino all’ ultimo. – non si rese neanche conto che stava piangendo. Le lacrime le scorrevano per il viso, ma non se ne accorse nemmeno. Andrè non ebbe bisogno di chiedere chi fosse morto così brutalmente. Era la regina. Lo sapeva d’ istinto. Andò verso la madre e l’ abbracciò molto forte. Lei si scosse e lo accarezzò.
- Non posso più restare qui, Andrè. Lo capisci vero? Comprendi che devo tornare a casa, in Francia?
- Si, madre. Torneremo a palazzo de Jarjayes?
- Non lo so. Di certo so soltanto che andremo a Parigi.
Così erano partiti, madre e figlio, alla volta di una avventura che avrebbe ridestato il loro passato.
Oscar aveva combattuto per il popolo, era stata ferita e soccorsa dal conte Fersen e da Buonaparte, l’attuale imperatore francese. Avevano ritrovato il nonno, la vecchia governante, la zia di suo padre. Avevano ritrovato il loro passato. Oscar aveva dato ad Andrè disposizioni precise. Aveva notato con gioia che suo padre era vivo e che era tornato a palazzo, quindi aveva detto ad Andrè che se mai non fosse tornata entro l’alba doveva recarsi lì, quindi dire chi era e raccontare un aneddoto che apparteneva al passato di Oscar.
Stava ancora aspettando quando lo colse l’ alba. La luce l’accecò per un momento, perché si era assopito, e si era risvegliato di soprassalto. Sapeva cosa doveva fare. Sapeva anche che piangere era del tutto inutile. Quindi si incamminò. Arrivò davanti al grande palazzo che era già mattino inoltrato. Con un po’ di soggezione bussò al grande portone e attese pazientemente. Non vedendo arrivare nessuno, andò sul retro. La casa sembrava deserta… ad un tratto sentì delle voci provenire da quella che era stata la stanza di sua madre. Salì le scale e aprì lentamente la porta, cercando di fare il minor rumore possibile. Davanti ai suoi occhi c’erano tre uomini intorno ad un letto che lo guardavano con fare interrogativo. Senza dire una parola si diresse verso il letto, su cui vide distesa, non senza molta gioia, la madre. Corse immediatamente verso di lei.
- chi sei? – gli chiese il primo uomo, un anziano signore dall’ aria aristocratica.
- Andrè Philippe de Jarjayes, signore. Molto lieto. – tutti i presenti guardarono prima lui e poi Oscar, che non poté fare a meno di ridacchiare.
- Bene, signori. Credo che sia giunto il momento delle presentazioni. Questo bambino è mio figlio, è figlio mio e di Andrè. Andrè, questo è il generale Savinien Philippe de Jarjayes, tuo nonno –ed indicò l’ anziano signore. – lui invece è il generale Napoleone Buonaparte – ed indicò il giovane uomo dai capelli corvini – mentre quest’ altro signore e Hans Axel…
- … von Fersen. Me ne avevi parlato tempo fa, vero madre?
- Si, Andrè, te ne parlai già tempo addietro.
Gli uomini presenti li guardarono allibiti.
Il primo a parlare fu suo nonno – così lui sarebbe…
- Si, padre, lui è tuo nipote. Andrè, per favore lasciaci soli un minuto, e va’ a trovare Térèse, dovrebbe essere in cucina. Dille di venire qui.
- Vado immediatamente, madre.
- Ma quando… com’è possibile che sia tuo figlio Oscar? Com’ è possibile che tu sia ancora… viva? Ti credevo, morta, sepolta su quella collina…
- No, padre. Sono viva. Su quella collina non dimoro io, ma un’altra persona. All’epoca gli scambi di persona erano all’ordine del giorno…

…Da allora quante cose erano accadute… quante volte le aveva visto sul volto quell’ espressione malinconica…la prese per mano e lei si ricosse dai suoi pensieri.
- Volevi sapere il significato di quelle poesie, Andrè?
- Si, madre. Ma un’altra volta. Torniamo in cabina. Raccontami del nonno. – le piaceva parlare del suo passato. Era una di quelle poche cose che la rendevano felice. Gli raccontava della sua infanzia, del suo passato.. di suo padre, Andrè. Lui la ascoltava con attenzione, mentre lei si perdeva nel turbinio dei suoi ricordi, ed erano felici. Così, semplicemente.
Il marinaio cantava ancora, ma la canzone era più allegra, adesso.
Parlava d’amore, d’amore ricambiato.

La mia bella ha le trecce nere,
nere come le piume di un corvo.
La mia bella ha labbra di corallo,
pelle di perla,
occhi di smeraldo...


fine.


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